Dr. Valentina Salamone – Specialista in Dermatologia e Venereologia
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Seborrea

Peeling Chimici

ACIDO SALICILICO

  • ß-idrossiacido
  • Solubile in alcool, poco in acqua
  • Azione cheratolitica
  • Azione di stimolo sullo strato germinativo
  • Azione di stimolo sui fibroblasti
  • Azione antinfiammatoria
  • Azione antimicrobica

 

L’acido salicilico è un beta-idrossiacido poco solubile in acqua che, in soluzioni alcoliche tra il 20% e il 30%, viene efficacemente utilizzato nei peeling superficiali e di moderata profondità

Questo acido agisce come cheratolitico, determinando un rapido assottigliamento dello strato corneo associato a una reazione proliferativa dello strato germinativo con il risultato finale di un profondo rinnovamento dell’intero strato epidermico.

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PEELING A BASE DI ACIDO SALICILICO

Modalità di applicazione

Prima di applicare il peeling si esegue una detersione della zona da trattare con sostanze ad azione sgrassante, quindi si procede all’applicazione del preparato con un pennello o con un coton fioc su tutta la superficie del viso, ad accezione delle zone più delicate.

Subito dopo l’applicazione compare una sensazione di bruciore della durata di circa 3-4 minuti, tempo necessario per la completa evaporazione della componente alcolica con conseguente inattivazione del peeling.

Dopo l’evaporazione tutta l’area di applicazione si presenta e ricoperta di polvere bianca formata dal deposito di acido salicilico che verrà opportunamente rimossa con acqua fredda o soluzione fisiologica.

Numero di sedute necessarie

Talvolta si riesce a raggiungere il risultato desiderato con una sola seduta, che può comprendere da una a tre applicazioni di acido salicilico.

In altri casi può essere opportuno ripetere il trattamento per 2-5 cicli. Inoltre, la distanza tra i due cicli non deve mai essere inferiore a tre settimane.

Indicazioni

Essendo un buon agente cheratolitico, determinando un forte aumento del turnover cellulare degli strati sottostanti, trova come indicazioni principali:

– acne in fase comedonica e papulo pustolosa: l’acido salicilico è efficace nel liberare il comedone dal contenuto sebaceo e per eliminare il tappo cheratinico. Questo avviene perché il principio attivo è in grado di penetrare profondamente nelle sedi follicolari infette ed arrossate. Le aree di intensa infiammazione mostrano notevole riduzione dell’eritema e le pustole tendono a seccarsi entro uno o due giorni dopo il peeling.

– rosacea papulo-pustolosa

– photoaging di grado lieve: l’azione desquamante e l’aumento del turnover cellulare epidermico portano a maggiore lucentezza e levigatezza cutanea e attenuazione delle piccole rugosità. Durante l’invecchiamento della pelle le cellule tendono a rimanere ben aderenti l’una all’altra: grazie alla rimozione di questo strato corneificato compatto viene facilitata la rigenerazione degli strati cellulari sottostanti.

Precauzioni per l’uso

  • accertata o presunta sensibilizzazione all’ acido salicilico e, nel timore di reazioni crociate, all’acido acetilsalicilico.
  • infezioni virali in fase attiva
  • dermatite atopica
  • uso di isotretinoina: prima di effettuare il peeling sarà necessaria una sospensione di almeno due mesi.

 

Cosa avviene del post peeling

In genere quando si esegue un peeling superficiale nei giorni successivi (di solito a partire dal secondo giorno) si osserva una lieve esfoliazione che dura 5-8 giorni con conseguente rigenerazione cutanea. In questo periodo si raccomanda l’utilizzo di creme ad alto potere idratate e fotoprotezione spf 50+..

 

Consigli pratici

L’acido salicilico, poiché assottiglia lo strato corneo, rende la pelle più sensibile alle radiazioni solari. Si consiglia perciò di evitare l’esposizione al sole e a lampade abbronzanti e di proteggere comunque la pelle con creme che siano dotate di un filtro solare (spf 50+).

 

Effetti collaterali

  • Formazione di piccole croste superficiali
  • Edema ed eritema più o meno marcato
  • Riattivazione dell’infezione da herpes simplex

Pediculosi del capo

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Le pediculosi sono ectoparassitosi umane causate da piccoli insetti (pidocchi) grigio-biancastri senza ali, con il corpo appiattito e le zampe fornite di uncini particolari, che permettono loro di attaccarsi fortemente a capelli e peli in genere;

 

Tra le numerose specie di pidocchi esistenti in natura, quelli che diventano parassiti dell’uomo sono:

  • il pidocchio del capo (Pediculus humanus capitis) che causa la maggior parte delle infestazioni.
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  • il pidocchio del corpo(Pediculus humanus corporis): non si distingue, per la forma, da quello del capo, e la diagnosi differenziale si effettua in base alla localizzazione. Sono gli unici in grado di diventare possibili vettori di microrganismi patogeni per l’uomo per cui potrebbero presentare problemi di sanità pubblica nei periodi caratterizzati da calamità naturali o da guerre, in cui sono frequenti situazioni di promiscuità e di disagio sociale.
    Pediculus humanus corporis
  • il pidocchio del pube (Phthirus pubis): detto anche piattola, per la sua forma schiacciata, è fornito di arti e uncini molto robusti, capaci di ancorarsi a peli più corposi del capello. Si trasmette per contatto intimo, soprattutto negli adulti.
    Phthirus pubis

 

Tutti i pidocchi si nutrono del sangue dell’ospite attraverso un particolare apparato buccale.

 

PEDICULOSI DEL CAPO

Ciclo vitale del Pediculus humanus capitis
La femmina adulta ha una lunghezza di 3-4 mm, color grigio chiaro, mentre il maschio è più piccolo; entrambi hanno una forma grossolanamente ovoidale e sono appiattiti dorso-ventralmente.

Durante i 40 giorni di vita, la femmina può deporre fino a 300 uova (lendini), che vengono cementate quasi sempre alla base del fusto del pelo mediante una sostanza cementante secreta da alcune ghiandole della femmina. Le uova sono di forma ovale, sono lunghe cica 1 mm, di colore simile alla cute umana. Hanno un opercolo in una estremità, da cui uscirà la ninfa dopo 8 giorni di incubazione.

Quando le uova si sono schiuse, il loro colore diventa biancastro e pertanto risultano più visibili.

Le ninfe liberate si nutrono di sangue da 2 a 5 volte al giorno e, dopo 3 mute, raggiungono la maturità in 10 giorni.

 

I pidocchi non sopravvivono più di 2-3 giorni al di fuori del corpo umano.

Gli animali domestici non rappresentano una fonte di trasmissione per l’uomo, così come i pidocchi umani non vengono trasmessi agli animali.

CLINICA

Le prime punture del pidocchio non si avvertono perché nella saliva c’è una sostanza che toglie la sensibilità.

Dopo qualche settimana, la persona inizia a provare prurito nel cuoio capelluto che si può estendere al collo e alla parte superiore del tronco.

Il prurito è causato da una reazione allergica alla saliva dell’insetto e, pertanto, tra l’infestazione e la comparsa dei sintomi trascorre un periodo di latenza, durante il quale è facile la trasmissione della malattia.

Il grattamento può essere causa di lesioni escoriative, impetiginizzazione e ingrossamento locale dei linfonodi.

CONTAGIO

Contrariamente a quanto si tende a credere, i pidocchi “non saltano” da una testa all’altra. Il contagio avviene fra persona e persona, sia per contatto diretto, che indirettamente attraverso lo scambio di effetti personali (pettini, spazzole, fermagli, sciarpe, cappelli, asciugamani, cuscini ect)

Altro pregiudizio è credere che i pidocchi infestino solo le persone sporche. Qualsiasi individuo può essere infestato, indipendentemente dalla sua igiene. Quando c’è un caso in famiglia tutti si dovrebbero controllare a vicenda.

DIAGNOSI

La diagnosi si basa sull’intensa sintomatologia pruriginosa al capo e sul ritrovamento dell’insetto adulto e delle lendini, specialmente all’altezza della nuca o dietro le orecchie, che appaiono come puntini bianchi o marrone chiaro, di forma allungata, traslucidi, poco più piccoli di una capocchia di spillo.

Si differenziano dalla forfora in quanto le lendini non si staccano dal fusto del capello quando lo si fa scorrere tra le dita, essendo tenacemente attaccate ad esso da una particolare sostanza cementante. La forfora, al contrario, è facilmente asportabile.

TERAPIA

  • effettuare un’accurata ispezione del capo, magari con l’aiuto di una lente d’ingrandimento in un ambiente intensamente illuminato, per individuare e rimuovere manualmente pidocchi e uova.
  • trattare i capelli con un prodotto antiparassitario specifico prescritto dal medico
  • dopo il trattamento, usare un pettine possibilmente in acciaio a denti molto fitti (i pettini in plastica tendono facilmente a deformarsi), per rimuovere le uova, pettinando accuratamente ciocca per ciocca partendo dalla radice del capello, oppure cercare di sfilarle manualmente; l’eliminazione delle uova è facilitata se si bagna il pettine o meglio la capigliatura con una soluzione al 50% in acqua di aceto (500 ml di aceto – 500 ml acqua), in grado di diminuire l’adesione delle uova al capello. L’aceto NON è efficace nel debellare la pediculosi; l’aceto può solo essere utile solo per “scollare” più facilmente le uova.
  • disinfettare le lenzuola e gli abiti, che vanno lavati in acqua a 60°C o a secco (in particolare i cappelli), oppure lasciare gli abiti all’aria aperta per 48 ore (i pidocchi non sopravvivono a lungo lontani dal cuoio capelluto)
  • lasciare all’aria aperta o conservare in un sacchetto di plastica ben chiuso per 2 settimane gli oggetti o i giocattoli venuti a contatto con la persona infestata
  • lavare e disinfettare accuratamente pettini, spazzole e fermagli, immergendoli in acqua molto calda per 10-20 minuti (il parassita è sensibile al calore)
  • non utilizzare in comune pettini, spazzole, fermagli o cappelli

 

In commercio sono disponibili numerosi prodotti contro la pediculosi, sotto forma di polveri, creme, mousse, gel, shampoo, che, in ogni caso, devono essere consigliati dal medico, il quale prescriverà il trattamento più idoneo.

E’ importante sottolineare che i prodotti contro la pediculosi vanno utilizzati per il trattamento dell’infestazione da pidocchi e non per prevenirla.

COSA DICE LA LEGGE?

La circolare del Ministero della sanità n. 4 del 13 marzo 1998 prevede “restrizioni della frequenza di collettività fino all’avvio di idoneo trattamento di disinfestazione, certificato dal medico curante”.

Se si seguono scrupolosamente le indicazioni per eliminare i pidocchi, il bambino può tornare a scuola il giorno successivo al primo trattamento.

Qualora il bambino non venga adeguatamente sottoposto a trattamento antiparassitario, dovrà essere disposto l’allontanamento dalla scuola, in modo da interrompere la catena di trasmissione e verrà richiesto un certificato medico di riammissione.

PREVENZIONE

  1. educare i bambini ad evitare che i capi di vestiario vengano ammucchiati; soprattutto nelle scuole e nelle palestre sarebbe opportuno che ogni bambino disponesse di un armadietto personale
  2. educare i bambini ad evitare lo scambio di oggetti personali, quali pettini, cappelli, sciarpe, nastri, fermagli per capelli, asciugamani
  3. mettere in atto una sorveglianza accurata, con ispezioni settimanali del capo, in particolare sulla nuca e dietro le orecchie (anche quando il bambino non ha sintomi), sia da parte dei genitori, che del personale sanitario delle scuole, per individuare precocemente il problema
  4. in caso di infestazione scolastica, nelle famiglie con bambini in età scolare, sottoporre a un controllo sistematico tutti i familiari, in particolare i figli più piccoli e, alla scoperta di eventuali lendini, applicare in modo scrupoloso le regole descritte per il trattamento dell’infestazione da pidocchi.

Dermatite seborroica

La dermatite seborroica (DS) è una dermatite eczematosa cronico-recidivante caratterizzata da un’eccessiva produzione di sebo.

Clinicamente si manifesta con chiazze eritematose e squame untuose localizzate nelle aree del corpo ricche di ghiandole sebacee (volto, cuoio capelluto, regione mediana del tronco). Generalmente è poco pruriginosa.

Sono colpiti principalmente gli uomini con un picco d’incidenza tra i 20 e i 40 anni.

Può interessare anche il neonato (dalla 2° – 4° settimana al 3° mese) con localizzazione tipica sul cuoio capelluto (“crosta lattea”) a causa degli ormoni androgeni  di provenienza materna.

EZIOPATOGENESI

Dal punto di vista eziopatogenetico è dovuta a una eccessiva risposta delle ghiandole sebacee agli ormoni androgeni.

Accanto al ruolo favorente del sebo legato più a un accumulo che a un’iperproduzione, sono stati presi in considerazione numerosi fattori determinanti per la comparsa della DS:

-fattori biochimici: alterato metabolismo del sebo dovuto a deficit enzimatico delle denaturasi che trasformano gli acidi grassi saturi in acidi grassi insaturi;

-fattori infettivi: ruolo di batteri e lieviti, in particolare del Pityrosporum ovale (o Malassezia furfur), un lievito lipofilo saprofita della cute, responsabile anche della Pityriasis Versicolor;

-fattori neurologici: riacutizzazione nei momenti di stress o, in alcuni casi, associazione con il Parkinson.

TERAPIA

La terapia può essere topica o sistemica a seconda dell’estensione e la gravità del quadro clinico.